Oltre l’homo noumenon e l’homo fenomenon: la persona perbene
di Anna Pacifico
Tutto oggi sembra andare contro la vita: i pericoli e le minacce per il pianeta, la crisi economica, l’appiattimento culturale. L’atteggiamento di denuncia non basta. Occorre ‘fare’ qualcosa, tradurre in pratica quelle che finora si sono rivelate soltanto buone intenzioni.
Da dove cominciare?
Sulla base di una ricerca comune e onesta di chiarezza su questi avvenimenti oscuri, la vita tratta fuori dai suoi cardini potrà di nuovo spostarsi in avanti, di un piccolo passo timido. ( Etty Hillesum Lettere 1942-43, Adelphy, pp. 42-45)
Gli avvenimenti oscuri di cui parla la Hillesum si riferiscono allo sterminio nazifascista, come sappiamo, ma noi, lungi dal poter fare comparazioni con l’attualità, almeno nel nostro paese, non possiamo che fare tesoro del ‘pensiero illuminante’ che ha fatto esperienza del più orribile dei mali (che pure qualcuno tenta sempre di disconoscere) per individuare un percorso di rinnovamento morale e sociale. Parole ispirate da un vissuto di elevata concentrazione sugli accadimenti non possono che contenere la forza capace di riscattarci dalla desolazione e dall’abbattimento, e meritano, io stimo, di essere accolte con il massimo dell’umiltà e dell’attenzione.
Ricerca comune di onestà e di chiarezza non possono esservi se non a partire dall’etica della personalità (interessante al riguardo il saggio La bellezza della persona di Agnes Heller, ed. Diabasis). Superficialità e presunzione, in sostanza, non pagano. Individuare le proprie e le altrui incapacità significa innescare la reazione a catena del senso di responsabilità.
Desidero richiamare l’attenzione sui seguenti punti:
a) il potere non paga se non si misura con la capacità di dare risposte adeguate alle esigenze della polis, la città/stato, comunità di cittadini fondata su regole di civile convivenza;
b) la legge della maggioranza in democrazia è utile per eleggere i rappresentanti, non per governare;
c) chiunque sia chiamato/a ad occupare posti di responsabilità politica o civile deve, più degli altri, ritenersi ed essere ritenuta persona retta e onesta.
Questi punti presi in esame si inscrivono tutti nella sfera dell’eticità necessaria al vivere comune e sono, pertanto, interconnessi. Se si vuole dare senso, pertanto, ad una ‘ricerca comune’, è bene sapere che i suddetti principi risentono della convinzione dell’eletto come dell’elettore, degli uomini e delle donne di potere come del comune cittadino, dal momento che il gioco democratico riconosce a tutti il libero accesso alle cariche istituzionali.
Il primo punto riguarda la capacità di dare risposte concrete, ovvero l’abilità, propria del politico, di risolvere i problemi contingenti che affliggono la vita della comunità, affinchè in essa si realizzino il più possibile i principi della libertà della giustizia e dell’eguaglianza, per il benessere di tutti. Il che equivale, in un’etica della personalità, all’assumersi non solo la responsabilità del sé, ma anche la responsabilità degli Altri. Poiché ciò implica l’uscita dalla dimensione del proprio per riversarsi in quella del fare per sé e per gli altri, la rettitudine è rettitudine pratica, ovvero esercizio pratico del bene.
Da qui l’impossibilità di pensare la ‘maggioranza’ come principio (o pretesto) per giustificare scelte di parte. L’elezione della rappresentatività parlamentare deve poter essere elezione della garanzia del pluralismo e non del potere dei più. La responsabilità per gli Altri riguarda tutti coloro per i quali ci assumiamo responsabilità. Come dire: sono stato eletto con il 51% dei voti, dunque devo farmi carico anche dell’altro 49%. Rispondere di se stessi e degli altri sé (anche se non) rappresentativi.
L’Etica della persona retta si fonda, cioè, su una ontologia dell’Essere insieme. Come Lévinas sosteneva, non stiamo sempre rispondendo alla chiamata dell’altro, è l’altro che si rivolge a noi, che avanza delle richieste. In tale ‘sentire’ è compresa, come è ovvio, la responsabilità retrospettiva, ovvero l’assunzione dei fatti e le azioni compiute dagli altri nel passato. L’onestà di fare chiarezza sugli avvenimenti oscuri si innalza, dunque, a valore etico perché non si commettano gli stessi errori in futuro.
Il punto cruciale è come distinguere la rettitudine e come avere prova di essa. Il tradizionale dettame filosofico della legge morale di stampo kantiano, fondata sull’imperativo categorico devi e basta, presenta il rischio che chiunque può comportarsi bene a modo suo, dato il fondamento puramente formale del principio kantiano, come da più parti è stato da tempo evidenziato. (Al processo di Norimberga i generali nazisti fecero ricorso anche a questa massima per discolparsi).
La rettitudine, invece, è scelta, e si manifesta come distinguo, direi, ovvero, dato distintivo nel quale io voglio riconoscermi e per il quale chiedo riconoscimento. La scelta etica non è di stampo metafisico, ma esistenziale: è scelta della propria collocazione nel mondo, nel ruolo di cittadino, di madre, di padre, di educatore o di personaggio pubblico, in sintesi, è tratto regolativo della propria personalità.
Non può esservi criterio di distinzione della rettitudine se non nell’unione dell’homo noumenon e dell’homo fenomenon, scissione operata a causa di una distorsione razionalizzatrice dell’esistere. Si tratta di ristabilire l’unità dell’essere e della coscienza, unità necessaria quanto benefica. Grazie ad essa vi sarà sempre, infatti, chi sarà pronto a fare un passo indietro, a scusarsi, a dichiarare il proprio limite, diventando giudice delle proprie azioni, per assunzione di responsabilità.
Trarre la vita fuori dai suoi cardini, dunque, come auspicava la Hillesum, significa ricostruire il proprio cammino, correggendolo, non affidandosi a dettami assoluti, ritenuti eterni ed universali, ma rivolgendo la propria coscienza all’indagine intorno al quesito apparentemente elementare, ma in verità sostanziale: “Come posso diventare una persona perbene?”.
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