Nel 1970 il Club di Roma, un’associazione internazionale di privati cittadini, interessata all’analisi dei maggiori problemi del mondo contemporaneo, commissionò al MIT uno studio sui rapporti tra sviluppo demografico e ricchezze del pianeta. Le conclusioni del Massachusetts Institute of Technology furono semplici e impressionanti: tenuto conto delle proiezioni relative all’incremento della popolazione mondiale, alla produzione industriale, alla disponibilità di risorse alimentari e naturali, all’inquinamento ambientale, si deduceva che l’umanità avrebbe presto incontrato, nel giro del prossimo secolo (!) per la precisione, il limite ultimo della propria crescita e conosciuto un declino brusco e incontrollabile.
Ma quella del Club di Roma non fu che una delle migliaia di indagini svolte in passato, e oggi prodotte con sempre maggiore attendibilità, per meglio comprendere cosa accade nel mondo. Dunque, prevedere crisi e catastrofi si può, al contrario di quanto ha dichiarato in una recente intervista su Rai tre (Che tempo che fa - 10 aprile 2011) Zigmunt Bauman, definito uno dei più noti e influenti pensatori dell’età contemporanea. Personalmente ho trovato banali e scontate le osservazioni dello studioso, per lo più infondate e contraddittorie, se non irrilevanti e superate per quanto concerne la situazione mondiale attuale. La questione vera è che mancano risposte adeguate, ossia, preventive possibili soluzioni o ‘cambi di rotta’ da parte dei singoli Stati e dei governi dei paesi più ricchi del pianeta. Piuttosto, prevalgono e persistono interessi privati, miranti a lucrare sulle ineguaglianze e le povertà, cinicamente indifferenti alle sofferenze dell’umanità.
Conoscerà Bauman la situazione denunciata da Human Rights Watch circa lo spostamento, la detenzione e il disumano trattamento di milioni di persone lungo le frontiere del mondo? Conoscerà le previsioni, già del 2000, sui flussi migratori, che prevedevano 20 città con più di 11 milioni di abitanti, di cui ben 17 di esse collocate nel denominato ‘Terzo Mondo’ , e che la crescita, a partire dagli anni ’80 del secolo passato, a esclusivo vantaggio dei ‘quattro dragoni asiatici’, Taiwan, Hong Kong, Corea del sud, Singapore, lasciava ai margini dello sviluppo l’Africa, la cui subordinazione politica del periodo coloniale si era ormai tradotta in subordinazione economica?
Sul traffico degli esseri umani si fa oggi bieca campagna politica, mistificando il valore della solidarietà e ‘giocando sporco’ sulle motivazioni di un ‘razionale’ intervento politico. Ma nel 2006 in “Lo Specchio” Cristina Artoni denunciava come le filiere della mafia lucravano sul traffico degli esseri umani: “Nella regione tra Mauritania, Marocco, Sahara occidentale i passeurs lavorano gestiti da più di 45 organizzazioni. Sono soprattutto ex contrabbandieri che hanno scoperto che è molto più redditizio il commercio di persone che non quello del tabacco.”
Occorrerebbe chiedersi, pertanto, di fronte alle timide o palesemente discriminanti politiche dei paesi occidentali, quale valore questi stessi paesi attribuiscono all’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, che enuncia il principio del non respingimento, e all’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea in cui è scritto che “ le espulsioni collettive sono vietate” e che “nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio che sia sottoposto alla pena di morte, alla tortura o altri trattamenti inumani o degradanti”. Eppure, per averli redatti, dovrebbero aderirvi in tutta consapevolezza! Ma, in luogo di strategie politiche umanitarie si è deciso per la ‘guerra umanitaria’, al fine di spostare sempre più lontano le frontiere e rendere sempre meno ‘visibile’ ai cittadini europei la miseria di quella parte dell’umanità sofferente. I trattati stipulati con i regimi dittatoriali prevedevano infatti tra le clausole quella di affidare loro il compito di ‘riciclare i migranti’, proprio come per i rifiuti tossici, in cambio di altre… merci.
Le risposte europee, a ben vedere, dal Trattato di Amsterdam del ’99 ad oggi, vanno traducendosi, di fatto, con la ‘delocalizzazione’ dei controlli, della detenzione e… del diritto d’asilo, ossia trasferimento di responsabilità ( è del 2003 la prima proposta del governo britannico per la creazione di centri di transito per il trattamento delle domande d’asilo al di fuori del territorio Ue), ovvero, rafforzamento di quelle attività di controllo e pattugliamento che vanno a incrementare gli affari dei passeurs e delle organizzazioni criminali (giro d’affari di 100 milioni di euro calcolati solo per la Libia).
Come non prevedere dunque: lavoro schiavistico, ulteriore discriminazione fra migranti economici (regolari o meno), e perseguitati politici, aumento dei centri di detenzione amministrativa (di disumana detenzione si tratta), nuove ondate di razzismo, tendenza a riprodurre e perpetuare relazioni diplomatiche basate sulla dominazione coloniale delle grandi compagnie multinazionali?
Per guardare in casa nostra, intanto, la Costituzione italiana riconosce i diritti fondamentali a tutti, non solo ai cittadini della Repubblica, e al comma terzo dell’articolo 10 dichiara: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Manca, pare, una disciplina integrativa della riserva di legge prevista dai padri legislatori? Ebbene, cominciamo con il compiere un primo passo: esaminiamo la nostra pratica dell’effettivo esercizio delle libertà democratiche. A quanto pare, noi democratici, ricchi ed evoluti, decaduti in un esercizio enfaticamente passivo della LIBERTA’, ne abbiamo perso per primi completamente il senso più profondo.
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