da “Il lascito tangibile
per la tessitura di una civiltà umana
di due figure di “radicati nella vita”
del nostro tempo:
ALAIN e SIMONE WEIL”
ALAIN e SIMONE WEIL”
....
Ci vuole un nuovo orientamento dello sguardo: far posto in se stessi a un'attenzione di specie tale da giungere a percepire al “centro del cuore” quell'inappagato “desiderio di bene assoluto”, che è il sacro in noi. È una vera e propria “fame” per cui intuiamo una realtà situata oltre ogni ambito raggiungibile da parte delle “facoltà umane” e che è il fondamento del bene. Finché il nostro anelare è confuso, il desiderio è inconsapevole inquietudine proiettata invano su falsi valori: dobbiamo trasformarlo in consenso d'amore, per generare l'unione trasformante fra il sacro in noi, “l'infinitamente piccolo, il lievito nella pasta, il sale nel cibo” e l'altra realtà. Riconoscere tale esigenza di bene come strutturale coincide, da un lato, con il riconoscere l'altra realtà e, dall'altro, con il sentire che la stessa esigenza abita tutti gli esseri umani e li rende a noi identici attraverso tutte le disuguaglianze di fatto. Questo sentimento è l'unico movente che ci può indurre al rispetto universale. Rispetto imbevuto di luce eterna che può trovare quaggiù solo una espressione indiretta, resa possibile dai “bisogni terrestri dell'anima e del corpo” della 'creatura situata nella realtà del mondo. La possibilità di tale espressione è il fondamento dei doveri verso di essa.
Ci vuole un nuovo orientamento dello sguardo: far posto in se stessi a un'attenzione di specie tale da giungere a percepire al “centro del cuore” quell'inappagato “desiderio di bene assoluto”, che è il sacro in noi. È una vera e propria “fame” per cui intuiamo una realtà situata oltre ogni ambito raggiungibile da parte delle “facoltà umane” e che è il fondamento del bene. Finché il nostro anelare è confuso, il desiderio è inconsapevole inquietudine proiettata invano su falsi valori: dobbiamo trasformarlo in consenso d'amore, per generare l'unione trasformante fra il sacro in noi, “l'infinitamente piccolo, il lievito nella pasta, il sale nel cibo” e l'altra realtà. Riconoscere tale esigenza di bene come strutturale coincide, da un lato, con il riconoscere l'altra realtà e, dall'altro, con il sentire che la stessa esigenza abita tutti gli esseri umani e li rende a noi identici attraverso tutte le disuguaglianze di fatto. Questo sentimento è l'unico movente che ci può indurre al rispetto universale. Rispetto imbevuto di luce eterna che può trovare quaggiù solo una espressione indiretta, resa possibile dai “bisogni terrestri dell'anima e del corpo” della 'creatura situata nella realtà del mondo. La possibilità di tale espressione è il fondamento dei doveri verso di essa.
Occorreva inventare una “vita
nuova”. Per Simone prendeva forma il suo ideale di equilibrio fra individuo e collettività, fra impulso rivoluzionario e
conservazione necessaria alla stabilità sociale. E a noi occorre in primo luogo
un ascolto nuovo per un orientamento nuovo nell'azione privata e pubblica:
Simone Weil sostituisce alla nozione di diritto, legata a quella di quantità
(avere), quella di dovere. Legata a quella di qualità (essere). E
ancora: non diritto di e nemmeno dovere di ma dovere verso, che implica
il rapporto con se stessi oggettivati in una lettura consapevole del proprio
destino (nascita, esistenza, morte) e in rapporto con le altre creature.
Il bisogno fondamentale è la fame, il primo dei bisogni fisici. Il dovere
fondamentale è il rispetto che dev'essere espresso “in modo reale e non
fittizio”[1]
nella consapevolezza del legame fra aspirazione al bene (fame di
bene) e sensibilità insito nella natura umana. Il dovere del rispetto
deve legare fra loro “tutti i gli esseri umani che compongono, servono o
comandano o rappresentano una collettività, sia nella parte della loro vita
legata a tale collettività sia in quella che ne è indipendente”
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