Giorgio Caproni, quando era
commesso in uno studio legale di Genova, non ancora ventenne, s’imbatté in Allegria di naufragi di Ungaretti
(1917), e per lui fu ‘il sillabario’, come lui stesso lo definì, sul quale
costruì poi la sua vita di uomo e di poeta. Un ossimoro, di fatto, può chiarire
il senso di una vita più d’ogni interpretazione critica.
Non capita a tutti, ma potrebbe
accadere a chiunque di imbattersi in versi illuminanti. In tal caso, sentiamo
che il nostro particolare stato d’animo è come perfettamente letto e descritto,
tanto da divenire noi stessi capaci di comprendere quanto prima ci appariva
oscuro e immeritato.
Non capita a tutti, ma potrebbe
accadere a chiunque che, leggendo la tipologia dei versi su citati, decida di diventare
poeta. In tal caso sarà per quella ‘qualità quasi fisiologica’ - dato
imprescindibile per diventarlo, secondo Caproni - che inizierà un viaggio
salvifico quanto messianico: dedicare la vita all’impegno laborioso dell’ars. Penetrare il segreto della poesia vuol
dire imparare ad ascoltare il mondo e la parte più profonda di noi stessi.
L’essere poeti, però, non va
inteso come uno stereotipo universale, amorfo e astratto, bensì come un’abilità
specifica di alcuni uomini e di alcune donne di saper modulare la parola per
esprimere il valore degli eventi, delle persone e degli oggetti nei quali ci
imbattiamo, che a loro volta recano altri nomi e altri eventi, e soprattutto,
possedere la speciale dote di percepire gli affetti.
Ho sentito e sento sempre, di
fatto, leggendo i versi di Caproni, la raffinata rappresentazione di affetti,
trasfusi persino attraverso i sensi. Si tratta di una forza amorevole che
sostiene ogni singola parola, tale che, mediante il verso, il mondo viene come ricreato
e rivelato al lettore perché possa essere riamato. L’Io del poeta è sempre pronto
a fare spazio a situazioni, a ricordi, alla mobilità dei sensi. Anche quando la
modernità li travolge, egli li esalta in altro modo, sa dare loro un’altra
voce, forte di una nuova consapevolezza, vestendo i panni di un novello Ulisse.
Grazie alla sua opera, il mare resterà linfa, filtro d’amore, e la terra carne,
vero corpo che sempre s’innamora. Vien da pensare, in quanto donna, che l’uomo
parla con parole di vera pace, rivelando un’autentica sintonia col mondo, solo
con la poesia e con la musica.
E Giorgio Caproni era anche
un violinista. Questo spiega il suo amore per le rime, oltre ogni influenza
storico-stilistica. Soltanto chi ha studiato musica è inesorabilmente preso dall’irresistibile
collante sonoro delle rime (parlo, più modestamente, per esperienza diretta). C’è
poi che era maestro elementare, e non poteva che scrivere filastrocche anche
per i suoi scolari; era il poeta dissacrante, amico di Pasolini, e quello di
‘Maggio’ che nella natura scorge la speranza di grandiose notti più umane che scalda gli occhi, ed il sangue, alle
giovani spose.
Caproni e i riferimenti a
Dante o al Tasso? Non continuerei a tormentarlo ancora. E’ stato già detto
tanto, anche troppo, da chi si ostina a fare l’esame stilistica della poesia.
In ogni poeta ricorrono toni e saperi che lo hanno plasmato, è giusto che si
dica, se non altro per sottolinearne l’unicità. Ma, innanzitutto, occorre
leggerne le poesie.
Dunque, provo a sintetizzare
a modo mio…
quello di Caproni è un
discorso pacato
di una semplicità
infantile ma profondo
è sapiente
accettazione del mondo.
Forse questa rima potrebbe
essere un piccolo dono, a lui molto gradito.
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