lunedì 2 aprile 2012

Per il centenario della nascita di Giorgio Caproni


Giorgio Caproni, quando era commesso in uno studio legale di Genova, non ancora ventenne, s’imbatté in Allegria di naufragi di Ungaretti (1917), e per lui fu ‘il sillabario’, come lui stesso lo definì, sul quale costruì poi la sua vita di uomo e di poeta. Un ossimoro, di fatto, può chiarire il senso di una vita più d’ogni interpretazione critica.

Non capita a tutti, ma potrebbe accadere a chiunque di imbattersi in versi illuminanti. In tal caso, sentiamo che il nostro particolare stato d’animo è come perfettamente letto e descritto, tanto da divenire noi stessi capaci di comprendere quanto prima ci appariva oscuro e immeritato.

Non capita a tutti, ma potrebbe accadere a chiunque che, leggendo la tipologia dei versi su citati, decida di diventare poeta. In tal caso sarà per quella ‘qualità quasi fisiologica’ - dato imprescindibile per diventarlo, secondo Caproni - che inizierà un viaggio salvifico quanto messianico: dedicare la vita all’impegno laborioso dell’ars. Penetrare il segreto della poesia vuol dire imparare ad ascoltare il mondo e la parte più profonda di noi stessi.

L’essere poeti, però, non va inteso come uno stereotipo universale, amorfo e astratto, bensì come un’abilità specifica di alcuni uomini e di alcune donne di saper modulare la parola per esprimere il valore degli eventi, delle persone e degli oggetti nei quali ci imbattiamo, che a loro volta recano altri nomi e altri eventi, e soprattutto, possedere la speciale dote di percepire gli affetti.

Ho sentito e sento sempre, di fatto, leggendo i versi di Caproni, la raffinata rappresentazione di affetti, trasfusi persino attraverso i sensi. Si tratta di una forza amorevole che sostiene ogni singola parola, tale che, mediante il verso, il mondo viene come ricreato e rivelato al lettore perché possa essere riamato. L’Io del poeta è sempre pronto a fare spazio a situazioni, a ricordi, alla mobilità dei sensi. Anche quando la modernità li travolge, egli li esalta in altro modo, sa dare loro un’altra voce, forte di una nuova consapevolezza, vestendo i panni di un novello Ulisse. Grazie alla sua opera, il mare resterà linfa, filtro d’amore, e la terra carne, vero corpo che sempre s’innamora. Vien da pensare, in quanto donna, che l’uomo parla con parole di vera pace, rivelando un’autentica sintonia col mondo, solo con la poesia e con la musica.

E Giorgio Caproni era anche un violinista. Questo spiega il suo amore per le rime, oltre ogni influenza storico-stilistica. Soltanto chi ha studiato musica è inesorabilmente preso dall’irresistibile collante sonoro delle rime (parlo, più modestamente, per esperienza diretta). C’è poi che era maestro elementare, e non poteva che scrivere filastrocche anche per i suoi scolari; era il poeta dissacrante, amico di Pasolini, e quello di ‘Maggio’ che nella natura scorge la speranza di grandiose notti più umane che scalda gli occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

Caproni e i riferimenti a Dante o al Tasso? Non continuerei a tormentarlo ancora. E’ stato già detto tanto, anche troppo, da chi si ostina a fare l’esame stilistica della poesia. In ogni poeta ricorrono toni e saperi che lo hanno plasmato, è giusto che si dica, se non altro per sottolinearne l’unicità. Ma, innanzitutto, occorre leggerne le poesie.

Dunque, provo a sintetizzare a modo mio…

quello di Caproni è un discorso pacato

di una semplicità infantile ma profondo

è sapiente accettazione del mondo.


Forse questa rima potrebbe essere un piccolo dono, a lui molto gradito.

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